Le radici del sé

scritto da Insideyou
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Testo: Le radici del sé
di Insideyou

Il sé, è radicato proprio dove non avresti mai immaginato

I

Il sé appare come tempo nel momento in cui c'è il movimento cosciente del riconoscere il vedere attraverso la reazione al visto, che è essenzialmente l’espressione della memoria che manifesta sé stessa come un agente separato dall'azione, modellando uno spazio illusorio per preservarsi, reiterarsi, difendersi ed espandersi: quando la coscienza del sé si osserva nel tempo, chi guarda e misura è in realtà sempre il passato.

II

Mi accorgo improvvisamente, per un forte dolore, per uno shock inatteso, per quel disagio interiore che dilania le mie carni con le fauci della sofferenza e della tristezza, per quel senso misterioso, triste e strano di solitudine frammisto a vuoto che avvinghia e sostiene l’insana noia delle mie stesse giornate, per il rimorso o il rimpianto sistematico che trattiene porzioni dell’azione compiuta nel costante giudizio di ciò che è stato sperimentato, che il mio agire è ristretto, meccanico, limitato, parziale, fortemente condizionato, continuamente direzionato e sempre veicolato dall'interesse esclusivo di me stesso, dalle mie esigenze dovute, dai miei impulsi incontrollabili, dalle mie volizioni incessanti, da quei numerosi e variegati desideri irrefrenabili che non sono altro che il risalto di ciò che sono realmente e che penso invece di non o di dover essere; per questo c’è lotta, conflitto e quella costante opposizione tra l’essere, l’agire ed il fare, per disciplinare e domare questa bestia feroce ed avida, imprigionata in quei meandri profondi, oscuri e mai sondati di me stesso. Che mostri esteriormente dunque di essere una persona retta, umile, meravigliosa e rispettabile, oppure un uomo sfortunato, travagliato, miserabile e sofferente, c'è sempre interiormente un'immagine di ciò che desidero e di ciò che penso o devo essere, che in ogni momento decide, sceglie, valuta, scarta, accetta, rigetta, usa, sublima o annienta, attraverso l’avidità e l’ambizione. Immagine che osserva poi quell’agire calcolato, scaltro, motivato, astuto, ignobile o apparentemente indicato come nobile, ma che è sempre e solamente ristretto a sé stessa, ai suoi fini ed al suo costante, meschino e necessario appagamento per sostenersi. Con questi occhi talvolta di paura, di malessere, altre volte di condanna, sovente di giustificazione, spesso di rammarico, talora di risentimento, di acredine o di rimorso, non faccio altro che legarmi sempre più a ciò che possiedo, a ciò cui ambisco, a ciò cui desidero, a ciò da cui ricaverò piacere, sublimando ciò che penso io sia o che debba raggiungere, ovvero quell'immagine che ho di me e che difenderò a tutti costi, giungendo perversamente ad accettare ogni azione compiuta con qualsiasi illazione e spiegazione possibile, pur di proteggere e sostenere l’ideale di ciò che sono e soprattutto quella speranza di ciò che voglio divenire nel domani.

III

Questo costante processo fallace adduce varie forme di spaventose violenze e paure interiori, un miscuglio insondabile e straordinariamente forte di energia dispersiva che sublima e sorregge nei miei recessi interiori l'esistenza indiscutibile di un'entità che seppur opaca e deforme, c'è ed è di fatto una manifestazione abominevole e brutale che conferma il mio esistere cosciente, psicologicamente dapprima e fisicamente dopo, identificandosi nella forma e nelle sensazioni che può provare ed usare, cioè attraverso il mio corpo, dal quale con i sensi si espande e si reitera. Rendendomi conto di tutto questo, della meccanica ripetizione in cui verso costantemente, della deriva inerte tra i miei innumerevoli desideri e del vasto grado di isolamento in cui mi ritrovo, sovviene una profonda ed intensa indagine che partorisce una domanda che grida in questa sterminata valle oscura di me stesso: che cos’è il sé? Dov'è il sé? Il sé, non sono forse allora proprio io stesso? Non c’è risposta immediata, come al solito, come quel rispondere astuto, sadico, automaticamente forbito dell’interprete interiore che sa già, perché non fa altro che ripetere ciò che gli è stato detto, tessendo un altro inganno per evitare di svelare ciò che è proprio difendendosi con il sapere, evitando così quella scomoda verità. C’è invece adesso un silenzio profondissimo e sacro, che dissolve l’interprete in un’attenzione vasta e totale che non aspetta risposta, ma adducendo il vedere di ciò che realmente sono, impetuosamente scopre:

IV

Quando la tua vanità, l'adorazione del tuo corpo, la celebrazione dell'apparenza, della forma, della presenza, della notorietà e del prestigio, diventano la tua ossessione e l’ostinata ricerca della conferma attraverso coloro che ti guardano, allora lì c'è il sé. Quando parli, quando ascolti, oppure quando solamente guardi o scruti, nascostamente, timidamente o furtivamente per una qualsiasi motivazione nota, subdola o meschina ed inarrestabilmente poi valuti, denomini, qualifichi, inquadri, condanni, immagini, trattieni, giustifichi o rifiuti, allora lì c'è il sé. Quando sei avido dei piaceri, materiali o spirituali, invidioso nel competere, ambizioso nel raggiungere o superare, smanioso nel dimostrare o arrivare, per adularti o distruggerti, celebrarti o sacrificarti, sublimarti o castigarti, allora lì c'è di nuovo il sé. Quando incessantemente paragoni, compari, raffronti, scegli, violenti, te stesso oppure l'altro attraverso la rabbia, la collera, l'ira, l’insulto, il risentimento, il gesto scostante, la parola nuocente, la crudeltà, la pietà o la commiserazione, allora lì c'è un’altra volta il sé. Quando nei rapporti sei falso, bugiardo, finto, meschino, ingannatore, astuto, manipolatore, calcolatore, dipendente o padrone, relazionandoti alla fine solamente per il tuo profitto personale, che sia per la paura di perdere o per quella sottomissione necessaria al controllo, allora lì ecco che c'è di nuovo il sé. Quando c’è il disagio di sentirti solo, di rimanere isolato, di non saper amare, di non essere amato; quando ti rifugi nella fede, nella credenza, nel sociale, nella dipendenza, nella liturgia, nell'abitudine, nel metodo, nei gruppi, nei libri o nei maestri, allora lì c'è sempre il sé. Quando mediti o preghi; quando rifletti o analizzi; quando indichi o valuti, osservando te stesso e lo stato in cui versi pensando di esserne separato; quando il visto viene diviso da colui che vede; quando c'è un pensatore o un meditatore che valuta e riconosce le esperienze che sperimenta, accumulandole nei recessi della memoria per riviverle a suo piacimento e vantarsi poi con sé stesso o con gli altri di averle provate o raggiunte, allora lì c'è sottilmente, sadicamente ed astutamente, di certo un’altra volta il sé.

V

Il sé è la tua conoscenza, la tua sete, i tuoi ricordi, le tue memorie, le tue astuzie, le tue meschinità, i tuoi inganni, le tue illusioni, le tue speranze, le tue paure, le tue incertezze, i tuoi pensieri, i tuoi vanti, le tue volizioni, i tuoi traguardi, i tuoi titoli, i tuoi possedimenti, il tuo continuo chiacchierare interiore ed esteriore, le tue preoccupazioni, i tuoi desideri, la tua presunzione, la tua arroganza, la tua prepotenza, la tua insensibilità, la tua ricerca, la tua volontà, le tue scelte, i tuoi obiettivi, le tue conclusioni, le tue imposizioni, le tue contraddizioni, le tue indecisioni, i tuoi rimorsi, le tue resistenze e lo stesso essere cosciente quando lotti con te stesso: tutto ciò e molto altro, è sempre il sé. Quando pensi di conoscere o di aver raggiunto qualcosa o qualcuno, allora lì c'è ancora il sé. Quando sei convinto di sapere o di essere arrivato, di aver acquisito o di aver sperimentato, di poter aiutare o salvare l’altro perché pensi di essere illuminato, allora lì c'è tutte le volte sempre, incessantemente e solamente il sé. Dove c'è il sé, non c'è gioia, non c'è sincerità, non c'è semplicità, non c'è innocenza, non c'è purezza, non c’è luce e non c'è amore vero: c'è solamente la tua arida e sterminata insensibilità nell’avidità che straripa indefinitamente dal tuo vuoto interiore, smanioso di riempirsi a tutti i costi di qualcosa. Se osservi quella solitudine ignota e minacciosa e la riconosci in te denominandola, condannandola o razionalizzandola, cercando di superarla, negarla o evitarla, allora li c'è ulteriormente l’isolamento del sé. Il sé è in ogni movimento interiore del tuo pensiero psicologico: è nel tempo che egli stesso produce e che di fatto lo ha imprigionato, è nel ricordo che egli stesso rievoca, è nell'illusione che egli stesso proietta, è nella speranza che egli stesso anela, è nella confusione che egli stesso genera, è nell'immaginazione in cui egli stesso si rifugia, è nell'esperienza trascorsa in cui egli stesso si identifica e che crede di aver sperimentato, è nella conoscenza che è di fatto il suo tratto strutturale ed è nella paura di quel vuoto inconsistente e minaccioso, che in pratica sei tu stesso.

VI

Occorre che ti fermi e che tu rimanga immobile in questa oscurità psicologica senza più concedergli tempo, che si ripete indefinitamente dai molti millenni in tutti i tanti te che si reiterano, che rappresentano però di fatto il movimento meccanico dell’umanità. Solo vedendo quella tenebra, come in una notte eterna senza stelle, nell’oblio assoluto, senza più fuggire, senza la parola e senza modellare la paura, senza cercare di raggiungere il giorno, perché non c’è più nessuna speranza, allora la luce dell’immensità forse può giungere. E quando il rigoglio eccelso di quello splendore c'è, il buio scompare, perché non c’è più alcun posto per l’oscurità, quando il lume della comprensione vige. Allora scoprirai che il sé non c'è più e solo allora, solamente nello spazio illimitato del durante senza il me, senza misura alcuna, il sublime, l’innominabile, l’indefinibile, la fulgida luce nuova della vastità e dell’immensurabile, davvero c’è.

VII

La nascita è la manifestazione del misurabile, la morte è la fine di ogni misura. Sarebbe possibile non attendere meccanicamente la morte al termine del vivere, ma morire ad ogni istante mentre si sta vivendo, rifiutando la meccanicità del misurare che è mera e futile ripetizione? Solo così c'è quello spazio silente, immenso, quieto, vuoto ed illimitato dell'immensurabile, che è novità. Abbiamo l’evidenza che l’evoluzione tecnologia sia necessaria ed inevitabile: trasportandola poi interiormente nell’illusione del miglioramento spirituale, ignoriamo però il fatto che psicologicamente rimaniamo invece sempre bloccati, divisi, frammentati, barbari, insicuri, incerti ed arsi fortemente dalla paura. Così ci rivolgiamo all’esterno aggiungendo limite ad altro limite, sperando di colmarci anche dentro, ma implicitamente adduciamo arroganza, stupidità ed insolenza.

VIII

I domani sono la speranza dei molti ieri che si illudono di cambiare poi nel futuro, per rimanere invece esattamente come sono. Il domani allora c'è solo se esiste lo ieri, che assorbe e rifugge l'oggi per non averci a che fare, proprio con la speranza del diventare. Se non si interrompe questa reiterazione, il domani sarà sempre ieri, sia quando e se accadrà, sia quando accade o è accaduto. Sarebbe possibile allora essere sempre oggi, senza sperare più di diventare, attraverso il ricordo di essere stati? Il sé, è questa catena di causa ed effetto che pensa di migliorare attraverso il tempo: senza tempo non c’è movimento e senza movimento non c’è il sé.

Le radici del sé testo di Insideyou
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